300mila tonnellate di mascherine e guanti, da maggio a dicembre 2020, in Italia secondo la Commissione Ecomafie, sono finiti nei rifiuti. I dispositivi di protezione individuale usa e getta che sono indispensabili, oltre che obbligatori, per contenere il contagio da covid-19 possono “ritorcersi” contro di noi, causando inquinamento ambientale, ovviamente se non correttamente smaltiti. L’attenzione è puntata sulle mascherine, visto che ormai i guanti non sono più obbligatori. Se calcoliamo, per difetto, che ogni italiano ne indossi una al giorno, avremmo circa 60 milioni di mascherine, circa 150 tonnellate in sole 24 ore, che finiscono nel rifiuto indifferenziato e poi negli inceneritori. Ma il problema non è questo, visto che i nostri impianti riescono a reggere questo ulteriore carico: la situazione diventa più grave, infatti, quando le mascherine usate vengono abbandonate in strada, nei parchi, sulle spiagge, e oltre che degrado, causano inquinamento. La maggior parte delle mascherine è prodotta con materie plastiche e, quindi per la decomposizione occorrono diverse centinaia di anni, ma bisogna anche ricordare che possono veicolare il virus, rappresentando un pericolo per la salute pubblica. Come stanno denunciando diversi studi, il loro inadeguato smaltimento, sta producendo effetti di grave inquinamento anche nei mari e per gli animali. Da qualche tempo è diventata virale la campagna “Taglia l’elastico prima di gettare la mascherina nella spazzatura”, a cui hanno aderito alcune associazioni animaliste, tra cui la Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli)., invitando a compere questo gesto semplice che evita anche agli animali che rovistano tra i rifiuti di restare impigliati col becco o le zampe.
L‘Istituto Superiore di Sanità, dall’inizio della pandemia, ha dato precise indicazioni sul corretto smaltimento, sottolineando di depositarle nei contenitori per l’indifferenziato, ma evidentemente il senso civico non appartiene a tutti ed ancora oggi purtroppo vediamo questi dispositivi abbandonati per terra, nelle strade, sulle spiagge a rappresentare l’altra brutta faccia della pandemia.




































