Lo studio clinico con la partecipazione attiva dell’azienda ospedaliera San Carlo di Potenza definisce il ruolo chiave dell’Angio-TAC toracica nell’identificare la precisa mappatura dei vasi ostruiti per trattamenti tempestivi.Comprendere meglio la gravità dell’embolia polmonare acuta e individuare tempestivamente i pazienti che rischiano complicanze più severe: è questo l’obiettivo centrale dello studio clinico multicentrico pubblicato di recente sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale “European Journal of Internal Medicine”, dal titolo “Central embolic localization in acute pulmonary embolism: prognostic marker or target for intervention?”. La ricerca vede tra gli autori accreditati il dottor Edoardo Pennacchio, oggi alla guida dell’unità operativa di Pronto Soccorso e Medicina d’urgenza dell’ospedale San Giovanni di Dio di Melfi. All’epoca delle attività di studio, il professionista prestava servizio nel Pronto Soccorso di Potenza, ancora oggi diretto dal dottor Francesco Lisanti.“La partecipazione attiva dell’Azienda Ospedaliera Regionale San Carlo a una rete di ricerca di respiro internazionale come lo studio COPE (Contemporary management of acute Pulmonary Embolism) riconferma l’orientamento aziendale verso l’eccellenza e l’aggiornamento costante dei percorsi diagnostico-terapeutici a vantaggio di tutti i cittadini”, dichiara il Direttore Generale dell’Aor, Giuseppe Spera, evidenziando che “integrare l’attività assistenziale in emergenza-urgenza con la ricerca scientifica di alto livello permette di trasferire prontamente le più recenti scoperte cliniche alla pratica quotidiana garantendo ai pazienti risposte assistenziali tempestive e personalizzate”.L’embolia polmonare acuta è una condizione clinica potenzialmente pericolosa per la vita, causata dall’ostruzione improvvisa di uno o più vasi sanguigni dei polmoni a causa di un coagulo di sangue (embolo). La diagnosi viene comunemente effettuata tramite l’Angio-TAC toracica, esame che consente di individuare con precisione dove si trova l’ostruzione: nei vasi arteriosi principali e più grandi (localizzazione centrale) o nei rami vascolari più piccoli e periferici (localizzazione segmentale o subsegmentale).Lo studio ha analizzato i dati di 4.415 pazienti ricoverati in oltre 180 reparti di Cardiologia, Medicina Interna e Pronto Soccorso su tutto il territorio nazionale con l’obiettivo primario di verificare se la posizione centrale del coagulo fosse un indicatore di maggior rischio per il paziente nei primi 30 giorni dalla diagnosi.Dall’analisi dei dati è emerso che, sebbene la gravità e l’evoluzione della malattia dipendano innanzitutto dalle condizioni emodinamiche generali del paziente (stabilità della pressione e sovraccarico cardiaco), la presenza di un embolo in sede centrale non risulta associata alla mortalità per qualsiasi causa, ma risulta direttamente associata a un rischio più che doppiato di decesso specifico causato dall’embolia polmonare e a una maggiore probabilità di peggioramento clinico nelle prime settimane. Nei pazienti a rischio intermedio, la presenza di un coagulo centrale consente di individuare con maggiore precisione chi necessita di un monitoraggio clinico più stretto e prolungato.“Questo studio – spiega il dottor Edoardo Pennacchio – rappresenta un passo avanti significativo nella comprensione dell’embolia polmonare. Sapere che la posizione centrale del coagulo aumenta il rischio di complicanze legate all’embolia ci fornisce uno strumento in più per personalizzare l’assistenza, affinando le strategie di monitoraggio e cura senza ricorrere a interventi aggressivi quando non strettamente necessari. Per gli operatori del Pronto Soccorso – aggiunge – impegnarsi nella ricerca clinica è difficile poiché l’assistenza diretta al paziente richiede tempo ed energie; tuttavia, è uno sforzo prezioso, consente di trarre considerazioni di carattere universale dall’attività clinica quotidiana e garantisce una ricaduta positiva sulla qualità delle cure offerte”.




































